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Il numero di coloro che si pensionano in Italia e dopo vanno a vivere all’estero è in rapida crescita negli ultimi anni – dice l’INPS - e rappresenta una perdita per il sistema economico italiano.

La fuga dei pensionati 

Premessa

A settembre 2015, il presidente dell’INPS Tito Boeri ha presentato un dettagliato rapporto elaborato dall’INPS sulle pensioni pagate all’estero dal 2010 al 2014 ai lavoratori pubblici e privati. Lo studio parte dall’analisi dei flussi migratori della popolazione per poi focalizzarsi sul fenomeno migratorio italiano, con una corposa appendice che approfondisce gli aspetti specifici.

Sono studiati i lavoratori emigrati durante la loro vita lavorativa, ad esempio in Argentina, e gli stranieri che sono venuti a lavorare in Italia ed ora sono tornati al loro paese di origine. Noi però ci soffermeremo sui lavoratori italiani che hanno deciso di trasferirsi all’estero dopo essersi pensionati in Italia.

La fuga dei pensionati

L’INPS fa notare che: “I pensionati appartenenti alla fascia di età 60–64 sono concentrati proprio in Europa, dove risiede il 73% dei pensionati all’estero di questa fascia di età, e sempre in Europa la percentuale di pensionati con meno di 70 anni raggiunge il 30%.

Pensionati in fugaLa ricerca esamina poi un aspetto specifico: ogni anno aumenta il numero di pensionati in Italia che emigrano e si fanno pagare la pensione all’estero.

Dal 2003 al 2014 sono un totale di 36.578 persone, con una pensione lorda annua di 32000 € (totale annuo 1,2 miliardi €).

Benché si tratti di un fenomeno di portata ancora limitata in termini assoluti, negli ultimi anni un numero sempre crescente di pensionati si trasferisce in Paesi in cui, pur in presenza di un livello adeguato di servizi sociali, in particolari sanitari, il costo della vita è più basso di quanto avviene in Italia e il peso del Fisco incide in misura inferiore sulle pensioni. E si è potuto notare che in quei Paesi l’importo medio dell’assegno mensile è più elevato, segno del fatto che emigrano anche titolari di pensioni medio-alte. Anche i pensionati cessati dal pubblico impiego iniziano a trasferirsi all’estero per sfruttare la propria esperienza professionale in altri Paesi (come avviene ad esempio nel caso dei militari) o per beneficiare dei citati vantaggi.

Quindi, accanto alla cd. fuga dei cervelli […], inizia ad evidenziarsi anche una cd. fuga dei pensionati, che per motivazioni personali, per ragioni economiche e per aspettative su una diversa qualità della vita scelgono di stabilirsi in Paesi diversi dal nostro. Anche tale fenomeno, sebbene più limitato rispetto al primo, ha dei riflessi economici e sociali: il pagamento di una pensione all’estero rappresenta una perdita economica per l’Italia, in quanto l’importo erogato non rientra sotto forma di consumi o di investimenti e genera un minor volume di imposte.

Considerando la gestione privata, ma discorso analogo vale per quella pubblica, si nota che: “L’incremento nel quinquennio è molto alto, pari al 113 % e il 2014, rispetto al 2013, ha registrato una percentuale di variazione di oltre il 78%. […] Si evidenzia che ci sono stati forti incrementi anche in Paesi che rappresentano oggi le “nuove mete” soprattutto per le normative fiscali e il costo della vita più favorevoli, quali la Bulgaria, la Polonia, la Romania e la Slovenia.

Come chiosa finale, Boeri rileva un fatto e pone una domanda:

"L’emigrazione di pensionati è in crescita mentre l’immigrazione di pensionati è al palo.
Perché non investire in servizi per gli anziani (ad es. HCP), al fine di ridurre la fuga dei pensionati ed attrarre pensionati dall’estero?"

Conclusioni

Il numero dei pensionati in fuga è significativo in valori assoluti, ma è piccolo rispetto alla quantità complessiva di pensioni erogate. Perché allora l’INPS usa toni così preoccupati e dedica tanta parte della ricerca a questo aspetto?

Il motivo è che il fenomeno ha un trend di crescita esponenziale di anno in anno. Tutti gli indicatori indicano che la crescita 2015 rispetto al 2014 sarà ancora maggiore di quel già impressionante 78% che costituisce la crescita 2014 vs 2013.

Considerando l’umore del momento, vediamo che aumenta l’interesse dell’opinione pubblica sull’argomento e questo si riflette sia sulla copertura data dai mass media sia dal tono favorevole con cui vengono raccontate queste situazioni. Consideriamo infine che la gran parte di questi pensionati ricorrono al passa parola ed hanno un approccio fa-da-te ma presto la maggioranza si accorgerà che esistono servizi più strutturati e comincerà ad usarli!

Cosa può fare l’Italia per invertire l’andamento? Non può impedire la fuga con strumenti giuridici, perché la libera circolazione delle persone e gli accordi contro la doppia imposizione sono sanciti da trattati internazionali.

Tra i fattori citati dall’INPS, il costo della vita è difficile da modificare, ma si può incidere sulla qualità dei servizi, in particolare sanitari, e sulla politica fiscale verso i pensionati: è quello che hanno fatto (tra gli altri) la Bulgaria, la Polonia, la Romania e la Slovenia. Questa è la proposta di Boeri ed è, a nostro parere, l’unica possibilità di fermare il fenomeno prima che assuma proporzioni preoccupanti. Oltre agli aspetti concreti, essa ha il pregio di restituire dignità ai pensionati, valutandoli non come dei parassiti da spremere ad ogni legge finanziaria, ma come delle risorse pregiate da attirare e rispettare.

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